I. M. ANOTHER

Il bullismo è una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili e/o incapaci di difendersi.


È iniziato subito, già alle elementari. I miei capelli ricci e voluminosi non piacevano agli altri bambini, dicevano che la mia testa assomigliava a quella di un elefante, non riuscivano a vedere la lavagna, mi confinarono all’ultimo banco, dove nessuno voleva stare, e rimasi lì, sconosciuta, esiliata e silenziosa.

Alle medie non andò tanto meglio. Non conoscevo nessuno nella nuova scuola, non avevo amici, non mi vestivo come loro, non potevo, ero intrappolata in quel limbo tra l’infanzia e l’adolescenza, non sapevo chi ero. E quindi ero diversa, grassa, brutta, troppo silenziosa, troppo infantile e troppo adulta, e di nuovo emarginata, ultimo banco. Odiavo l’ultimo banco. Gli altri ragazzini bisbigliavano guardandomi e ridevano, non volevano stare vicino a me, ero strana, portavo già il reggiseno, non gli piacevo. Ogni mattina, un gruppo di compagni aspettava che arrivassi, per braccarmi in semicerchio contro il muro e urlarmi contro tante cose, insulti, parole che non ricordo, ed io cercavo di trovarmi una strada verso il mio banco, o speravo che arrivasse presto il professore. Non so perché lo facessero. Non era divertente.

Alle superiori, credetti che andasse meglio. Poi stilarono una lista delle migliori ragazze della classe sulla lavagna, ed io ero all’ultimo posto. Perché ero all’ultimo posto? Stava andando così bene, avevo fatto amicizia con tutti, avevo i loro numeri di telefono, li aiutavo con i compiti. Perché? 

Perché ero strana. Ero cocca del prof perché volevo stare al primo banco, ero troia perché indossavo scollature e venivo a scuola truccata, ma ero santarella perché non avevo ancora un fidanzato e non limonavo nei corridoi. Ero una satanista perché mi tingevo le unghie di nero e avevo i capelli colorati, ma ero infantile e sfigata perché non ero mai stata a un concerto e riempivo il diario di stickers. Ero ritardata perché non avevo ancora imparato a parlare il loro dialetto e perché mi piaceva leggere libri e scrivere durante le ore buco anziché fare chiasso, ero drogata e mi tagliavo le vene perché ascoltavo musica diversa da quella che ascoltavano loro.

Le cose degenerarono. Arrivarono i biglietti sotto il banco. “Muori, ammazzati, fai cagare, noi non ti vogliamo, vattene dalla nostra classe, impiccati”. Gli insulti in aula, in palestra e nei corridoi, cagna, drogata, zoccola, chiattona, ritardata.  Quando parlavo durante le interrogazioni, c’era una ragazza che si copriva le orecchie con le mani e scuoteva energicamente la testa gridando che non sopportava la mia voce e che dovevo stare zitta. E se qualcuno provava a conoscermi, a sedersi vicino a me, a scherzare con me, nonostante io reagissi con disponibilità e gentilezza, veniva subito trascinato via dal resto dei ragazzi. “Ma cosa fai, quella è troia, è drogata, è satanista, si taglia le vene, non ci parlare”.

All’uscita da scuola mi lanciavano addosso le lattine di Coca-Cola conservate appositamente durante l’intervallo. Chi poteva mi seguiva con il motorino per gridarmi i soliti insulti e farmi spaventare. Io tornavo a casa a piedi, da sola, mi piaceva passeggiare… Una volta mi piaceva.

Credevano di sapere tutto di me. A malapena conoscevano il mio nome.

Non potevano esiliarmi all’ultimo banco, perché avevo chiesto ai professori di poter rimanere al primo, a causa della miopia. E così, mi confinarono, mi misero in quarantena. Tutta la classe si spostò dal lato opposto, vicino a me c’erano solo un paio di ragazze, anche loro esiliate, ma per il colore della pelle e la religione.

Forse avrei dovuto provare ad abbattere quel muro che divideva l’aula da sola. Avrei dovuto, ogni giorno mi dicevo che era la volta buona per farlo, ma alla fine non ci riuscivo, perché quando sei da sola e hai sedici anni, ti sembra impossibile. È una montagna da scalare della quale non vedi la sommità. Loro sono tanti. Tu sei sola. E i professori hanno le proprie vite, se ne fregano, non ti aiutano perché non ti sanno ascoltare. E allora cosa fai?

A casa, se provavo a raccontarlo, dicevano che era colpa mia. Che ero esagerata, che loro erano normali ed io mi dovevo adeguare, tagliarmi i capelli e comprare vestiti nuovi. Studiare di meno per fare più amicizia. Avevano ragione loro, erano solo ragazzi, cosa potevano farmi di male?

Era tutta colpa del mio “carattere particolare”, dovevo essere più malleabile. Malleabile. Ma quando  tu sei dentro una bolla, e il mondo fuori è qualcosa che ti spaventa e non capisci, l’unica cosa che ti rimane è difenderti. Iniziai ad allontanarmi, a toglierci le speranze, a pensare solo a me stessa e a non essere più tanto disponibile con loro quando volevano suggerimenti per i compiti in classe o quando non avevano idea di dove fossero finiti i loro appunti. Iniziai a odiarli. Solo dopo tutto quel tempo, la paura e la tristezza divennero rancore e disprezzo, ma mai prima. Mai.

Iniziai a vederli stupidi e tutti uguali. Avevo qualche amico nelle altre classi, notavo le differenze, era dura, ma potevo resistere. Ce l’avrei fatta.

Finché un giorno accadde uno di quegli avvenimenti che innescano una cascata irrecuperabile di eventi spiacevoli: una nostra compagna di classe rimase incinta, e i professori colsero l’occasione per affrontare l’argomento con tutti noi, capire cosa ne pensavamo e fornire inutili consigli e frasi fatte. Chiesero a ciascuno di noi cosa avremmo fatto se ci fosse accaduto e quali sarebbero stati i nostri pensieri.

Il lato destro della classe, come lo definivo io, si espresse a favore dell’argomento per dimostrare il proprio appoggio alla ragazza incinta, dissero che era una cosa bellissima, che era frutto dell’amore, che sarebbero stati felici se gli fosse accaduto, sarebbero stati al colmo della gioia, era tutto fantastico e non c’era niente di male.

Quando toccò a me, dissi ciò che pensavo e ciò che andava realmente detto. Parlai di responsabilità, informazione, metodi contraccettivi e futuro. Dissi che non avrei mai voluto avere un figlio in adolescenza e che c’erano tutti i mezzi per evitare la cosa, ma se mai mi fosse accaduto, sarei stata disperata, non felice. Sorprendentemente, le altre ragazze esiliate nel lato sinistro della classe come me, si aggregarono al mio pensiero. Quella giornata mi fu fatale.

Gli altri presero la cosa sul personale, picchiarono sotto i miei occhi una delle ragazze e mi dissero che era un avvertimento, la prossima sarei stata io, ci avrebbero staccato i capelli dalla testa finché non avremmo smesso di pensare male della nostra compagna gravida, ci avrebbero fatto capire chi comandava. Oppure ci avrebbero cacciate via dalla loro bellissima classe macchiata dalla nostra presenza, prima che lei partorisse. Un regalo per la neomamma.

Le mie assenze si triplicarono. Avevo paura, non volevo più andare a scuola, soffrivo di svenimenti e crisi di panico legate all’ansia. Loro mi raggiunsero anche a casa mandandomi minacce tramite MSN (che era una sorta di WhatsApp dell’epoca, ma meno portatile). 

E finalmente, qualcuno mi ascoltò. Mia madre lesse le chat, incredula, e corse a scuola a chiedere spiegazioni a dirigenti e insegnanti, a chiedere perché nessuno facesse nulla per rendere la scuola un posto sicuro anche per me. E per la prima volta, appostandosi dietro la porta della mia aula delle torture, vide come mi trattavano. Le urla, gli insulti, i tentativi di lapidazione con oggetti di cancelleria e l’indifferenza della prof. Mi disse: “Io devo portarti via da qui”.

Accadde tutto velocemente. Mi ritirai da scuola e i professori stessi affermarono che avrei fatto meglio a studiare in privato e presentarmi alla maturità come esterna. Il professore di educazione fisica disse che se preferivo leggere un libro anziché calciare un pallone, probabilmente avevo problemi mentali e dovevo farmi curare. La professoressa di inglese suggerì psicofarmaci miracolosi.

Tornammo a casa in frantumi. I giorni successivi, i mesi successivi, mi svegliavo terrorizzata dall’idea di dover andare a scuola, e poi sospiravo consolata rendendomi conto che era tutto finito. 

Non li rividi mai più. Ora vivo altrove, lontano, ho trovato un ragazzo che mi ama, ma ogni tanto torno nel paese dove sono cresciuta. E li intravedo per strada, i miei compagni delle superiori, oggi adulti. Quasi tutti sposati, quasi tutti con dei figli. Non ricordano di essere stati crudeli dieci anni fa, probabilmente il tempo li ha resi persone migliori.

Oggi, mi porto dietro ferite che non sanguinano più ma che non si sono mai rimarginate. Quando sento parlare di cyberbulling tremo, perché so che mi sono salvata da questo mostro 2.0 solo perché quando ero ragazzina gli smartphone erano rari e non c’era la fissa del condividere. 

Non ero libera. Non ero libera di vestirmi come volevo, di preferire i libri ai pettegolezzi, di portare i capelli come mi piacevano, di ascoltare musica meno popolare, di pensare con la mia testa. 

I bulli sono bulli. Che siano più piccoli o più grandi, la loro età non li rende del tutto innocenti. 

Ascoltate i vostri figli.


Grazie di cuore a I. M. Another, scrittrice scoperta per caso, arrivata con questo brano come un fulmine ad elettrizzare il cuore e a scuotere l’anima.

L’ho pubblicato sul mio profilo qualche giorno dopo l’approvazione della legge sul cyberbullismo, l’ho fatto in maniera molto semplice e diretta sperando di poter far riflettere qualcuno. Le mie lettrici sono quasi tutte mamme e speravo fosse utile per creare uno spunto di dialogo con i loro figli.

Per conoscerla meglio https://www.facebook.com/CharmingDevilRomance/

Vi siete spogliati.

​Ho imparato ad accettare ed amare questo corpo solo negli ultimi anni, dopo i 40 direi. Da quando la bilancia ha raggiunto quell’80 tondo tondo. Qualcosa è scattato e improvvisamente davanti allo specchio mi sono detta: toh, eccomi qua, sono proprio io.
Dopo una vita a sentirmi dire e a sentirmi grassa, quando ero 20 kg meno di adesso, ma mai “giusta” per chi mi guardava.

Non è semplice crescere con tua mamma ti da della culona quando non lo sei, e solo quando lo diventi ti convinci che no, non lo sei. Perché io non sono una culona. Sono una donna morbida e accogliente, sono piena di sorrisi e abbracci, sono una mamma felice e una grafica che ama tantissimo quello che fa. Questo, tuttalpiù, posso essere.

#mispoglioperME

Antonella

Il mio fisico non è motivo di imbarazzo il mio fisico non è tanto diverso dal tuo…. Se tu mi guardi con superficialità è perché tu sei superficiale.. Io non cambio non posso cambiare ma posso amarmi… Noi non siamo un simbolo noi siamo noi, punto.

#mispoglioperME

Massimo

..Amati che gli altri ti ameranno! 

Inizia così la mia sfida con me stessa! Perché nascondersi dietro vestiti grandi e tutti neri? 

Sfoggia il tuo più bel sorriso, il miglior abito che tu possa avere…  i tuoi bellissimi prosciuttoni, i tuoi rotolini, si, fanno parte di te, di me… cavolo quanto sono bella!! Se tu ti senti bella gli altri lo notano! Eccome se lo notano!!! E sai perché? Perché tu sei davvero bellissima!! Sono bellissima! Amati… e tutti ti ameranno ♡ 

#mispoglioperME

Barbara

Per quanto tempo mi sono vergognata e sentita inadatta in questo corpo,quante volte ho guardato le altre e le ho invidiate per la loro taglia 44, quante volte mi annulavo, quante volte mi isolavo e l’unica consolazione l’ho trovata nel cibo. Era l’unica rassicurazione che avevo. Sono passati anni, quasi tutta la mia vita, poi ho guardato la persona riflessa nello specchio ed ho capito che non era così male, anche se metteva qualcosa di più femminile, di più colorato al posto del solito nero. Eh si..quante volte mi hanno detto “il nero sfina”. Ma ho deciso di non ascoltare più nessuno, nemmeno quella insidiosa vocina che per anni mi ha accompagnato, ho imparato ad amarmi,ad apprezzarmi per quello che sono,ho imparato ad amare ogni singolo centimetro del mio corpo. E da quella volta ho iniziato a vivere.

#mispoglioperME

Elisa

Il saper accettarsi ed amarsi è un percorso lungo e difficile, è un viaggio importante che dobbiamo essere in grado di fare tutti, perché solo attraverso di esso possiamo raggiungere l’Amore per noi stessi e il saper affrontare quotidianamente tutte le parole e le persone che incontreremo.

Nessuno deve aver l’opportunità ed il diritto di giudicarci, nessuno ha il potere di poter definirci e catalogarci. 

Imparando ad amarti e a volerti bene, riuscirai, se vorrai anche a cambiare quel qualcosa che non ami particolarmente di te.

#mispoglioperME

Alessandro & Teresa

Anni fa non avrei partecipato purtroppo, perché mi nascondevo molto e i giudizi delle altre persone sul mio aspetto fisico pesavano molto su di me. Io amo il mio corpo, amo la mia pancia, i miei fianchi, le mie gambe il mio petto, e non mi importa se non piaccio a qualcuno, d’altronde non si può piacere a tutti. 
Si dice che la bellezza sia negli occhi di chi la guarda; io mi guardo e mi vedo bello. 

#mispoglioperME

Claudio

Amati, anche se guardandoti allo specchio non farai altro che odiarti…

Amati, anche se uscendo di casa, ci sarà sempre qualcuno pronto a ridere di te…

Amati, quando ti senti in difetto, quando ti senti meno degli altri, quando avrai l’autostima così bassa da non farti nemmeno alzare la testa…

Amati, quando pensi di non essere poi così bella per quel ragazzo che ti piace…

Amati anche in quelle mattine quando, aprendo gli occhi, l’unico pensiero sarà “faccio schifo”…in quel caso, però, amati un po’ di più.

#mispoglioperME

Floriana

Mi guardo e non mi vedo. Solo grasso, cicatrici, smagliature. E quello stomaco che mangia cibo, anima e vita. Mi guardo e mi vedo. Sotto quel morbido c’è lavoro, muscoli, sacrificio, energia che preme per venire fuori, amore.

#mispoglioperME

Stefania

Mi spoglio per me perché dopo tanti anni sono riuscito a trovare quella forza e quell’equilibrio che mi mancavano.
Mi spoglio davanti a questo obiettivo per ispirare ed invogliare tanti Uomini e Donne a fare come me, a sbloccarsi, a pensare a Se stessi prima di tutti gli altri, a mettere l’amore per se stessi davanti a tutti.

Mi interessa ben poco quello che gli altri dicono o pensano, mi arrabbio quando lo fanno perché nessuno ha il diritto di giudicarci e isolarci, nessuno sa davvero cosa questo Corpo e questa Mente hanno passato per arrivare fin qui.
Anni di insulti e prese in giro
Anni passati da solo con me stesso

Anni in cui ogni gesto ed ogni parola erano legati al mio fisico.

Quindi ognuno di Noi deve prima imparare a non giudicare gli altri, perché quante volte vi sarà capitato di farlo con una ragazzo o uomo più magro del dovuto? Poi guardarsi allo specchio ed imparare ad accettarsi, a migliorarsi se si vuole ma con la consapevolezza di essere semplicemente Perfetti nelle nostre Imperfezioni.

#mispoglioperME

Alessandro


Vi amiamo.

Vi amiamo profondamente, anche senza conoscervi uno ad uno.

Vi amiamo perché siete mani che si stringono per lottare insieme.

Grazie di cuore a tutti coloro che stanno partecipando con coraggio al nostro #mispoglioperME.

#mispoglioperME

Mi sono spogliata.

Mi sono fotografata.

Ho pianto.
Ho pianto per questo corpo che ho ferito, maltrattato, offeso.

Ho pianto perché il tempo perso ad odiarlo non mi verrà restituito.

Ho pianto perché mi sarei voluta strappare la carne e avrei preferito dilaniare il mio corpo pur di non vederlo così com’è.

Ho pianto perché ho provato vergogna e disgusto per la mia stessa pelle.

Ho pianto perché ho desiderato spesso, sempre, di essere diversa e non ho mai avuto la forza di trasformarmi.

Ho pianto perché oggi mi riesco a guardare con coraggio e ammirazione.

Ho pianto perché il giudizio che più temevo, il mio, non mi spaventa più.
Ho pianto perché adesso sono nuova. Dentro.

Ho pianto perché oggi mi amo, delicatamente, timidamente, sommessamente.

L’odio si è trasformato in una leggera carezza al cuore e al corpo.

“Allora vedi che il problema é solo la tua mente, che se colleghi al corpo e al cuore rinasci facilmente.” Curvy Love – Sottotracce
#mispoglioperME è un progetto nato per liberarci dei nostri mostri, per imparare a guardarci con amore, per giocare di fronte allo specchio.

Ci stanno arrivando tantissime immagini accompagnate da vere e proprie dichiarazioni d’amore verso se stessi e il proprio corpo. Uomini e donne di ogni forma e colore che con noi hanno voglia di attuare una vera a propria reLOVEtion, la Nostra.

Se vuoi partecipare scrivici via mail a curvyrelovetion@libero.it o contattaci attraverso i nostri social. Ti aspettiamo. ❤

Toc toc.

Toc toc. Sono il tuo disturbo alimentare.

Sono passato a trovarti proprio adesso che hai deciso di prenderti cura di te, una volta per tutte.

Sono qui perché hai perso diversi chili e mi sembrava fosse il momento giusto.

Sono qui perché hai imparato ad amarti, ad accettarti. Sono qui perché finalmente ti vedo serena e determinata.

Sono qui perché mi mancavi, ormai ci frequentiamo da così tanti anni… mi sembrava sgarbato non venire a trovarti durante la tua rinascita, nel percorso di maturazione più lungo e difficile della tua esistenza.
Sono qui oggi con un vasetto di nutella, una pacco di biscotti, una pizza.

Dimenticavo, ho portato anche vomito e sensi di colpa.

Ti ricordi di me?

Sono quell’ombra che ti accompagna da sempre. Da quando da bambina tornavi a casa da scuola e mangiavi una, due, tre merendine. Nascondevi le carte nei cassetti della cameretta.

Ricordi cosa provavi? Ricordi perché cercavi la mia compagnia?

Eri la più alta della classe, la più cicciottella.

Vedevi le altre bambine diverse da te e ti sentivi sbagliata. Provavi vergogna, fastidio, senso di inadeguatezza.

– Perché non sono come loro? Perché se metto quella gonnellina con scritto “Lambada” che mi piace tanto e che ha anche la mia amica, mi sento una palla informe? Eppure avevi solo sette o otto anni e quella gonna era inguardabile a prescindere dalla tua stazza.

Cos’è CurvyReLOVEtion.

CurvyReLOVEtion nasce come un gruppo chiuso di Facebook. Uno spazio dove poter scambiare chiacchiere sul mondo PLUS e CURVY, confidenze e consigli in tutta libertà lontano da occhi indiscreti e l’ingresso in esso è riservato solo alle donne, permettendo a tutte le partecipanti di sentirsi a proprio agio.


Gli argomenti trattati riguardano il rapporto che abbiamo con il nostro corpo, con l’accettazione di esso e con la nostra autostima, ma anche abbigliamento e look per le nostre taglie plus.

CurvyReLOVEtion è un’idea nata in noi come una forte esigenza.

E’ il nostro porto sicuro, un luogo dove sentirsi veramente libere di parlare di problematiche legate al nostro aspetto fisico, all’accettazione di sè, al conflitto con la società che ci vorrebbe tutte snelle e che non sempre dà spazio a ciò che realmente siamo, a prescindere dal nostro aspetto.

CurvyReLOVEtion è un punto di partenza per rivoluzionare il nostro modo di vivere, ponendo le basi per prenderci cura di ciò che siamo sia mentalmente che fisicamente, per curare il nostro aspetto e soprattutto è un modo per partire dall’amore verso sè stesse come valore e necessità primaria.

CurvyReLOVEtion nasce come un gruppo chiuso di Facebook, ma presto diventa pagina, profilo instagram. Diventa un mondo, una famiglia, un luogo dove riconoscersi e conoscersi.
CurvyReLOVEtion è una rivoluzione d’amore.13103433_10209530567847552_7834880419112540032_n